Narrative contemporanee e lavoro in Europa

Narrative contemporanee e lavoro in Europa

Revue “Costellazioni”, année IV, n. 12, Juin 2020

a cura di Carlo Baghetti, Claudio Milanesi, Emanuele Zinato

Table des matières :

Carlo Tirinanzi De Medici
L’amore al tempo dei licenziamenti dei metalmeccanici. Dal precariato come tema letterario all’esistenza precaria

Veronica Tabaglio
Simboli e immagini nella letteratura italiana contemporanea sul lavoro

Manuela Spinelli
At the Top it’s a Male Word. Il personaggio dell’imprenditore nel romanzo italiano degli anni Ottanta e Novanta

Claudio Panella

Dire la souffrance operaia nella letteratura francese tra XX e XXI secolo

Claudia Boscolo
Narrazioni della precarietà e ridefinizione dell’identità di classe: un confronto fra l’opera di Alberto Prunetti e Elvira Navarro

Cora Rok
Raccontare il lavoro nel Ventunesimo secolo. Narrazioni italiane e tedesche a confronto

Introduzione

Sulla necessità di uno studio della le!eratura europea del lavoro
Carlo Baghetti, Claudio Milanesi, Emanuele Zinato

Negli ultimi anni, varie discipline delle scienze sociali hanno cercato di mettere a fuoco le trasformazioni che interessano il mondo del lavoro. Dagli anni Ottanta in poi, infatti, si assiste a cambiamenti importanti tanto nella maniera di produrre le merci quanto nei rapporti tra imprenditori e lavoratori. Fin dalla metà degli anni Novanta, alcuni studiosi, quali Bauman, Rifkin, Castells, Gorz, Sennett, sono riusciti con efficacia a illustrare tali cambiamenti su scala globale e a individuare le nuove vie che il capitalismo stava percorrendo. In Italia, Paci, Accornero, Gallino, Ferrarotti e, più recentemente, De Masi hanno compiuto la stessa operazione ragionando sugli effetti che tali evoluzioni stanno avendo sul tessuto sociale e sulla struttura economica del nostro Paese. Il nodo principale è quello della flessibilità e precarietà dei lavoratori, ma vi sono altri elementi che vengono presi in considerazione, come l’erosione progressiva dei salari, l’aumento del margine di rischio senza il corrispondente incremento del margine di guadagno per gli imprenditori (o per lavoratori indipendenti), l’impoverimento della classe media, la fine del modello industriale così come lo si è conosciuto nel XX secolo e la conseguente crisi del sindacalismo novecentesco.

Allo stesso modo, e con un tempismo perfetto, anche la letteratura sembra aver sentito la necessità di raccontare i cambiamenti che stavano avvenendo nel mondo lavorativo: in Italia, a metà degli anni Novanta fanno la loro comparsa tre romanzi, Tutti giù per terra di Giuseppe Culicchia (1994), Mammut di Antonio Pennacchi (1994) e Il dipendente di Sebastiano Nata (1995), i quali pongono al centro delle loro trame proprio la dimensione lavorativa; Culicchia sonda le difficoltà di un giovane a entrare nel mondo degli adulti; Pennacchi, attraverso la metafora dei mammut, vuole indicare il destino d’estinzione che attende la classe operaia; Nata descrive il tracollo del top manager di una multinazionale finanziaria. Questo è però solo l’inizio della nouvelle vague di romanzi sul lavoro: infatti, a partire da questa data, seguiranno molte, anzi moltissime opere narrative dedicate alle tribolate vite trascorse negli uffici e nelle catene di montaggio italiane: la letteratura finisce così per costituire un discorso alternativo a quello delle scienze sociali, ma in costante dialogo con esse. L’assenza dei rigorosi codici disciplinari che si impongono le scienze sociali rende la letteratura più libera della sociologia di raccontare tali evoluzioni e, soprattutto, l’impatto che queste hanno sulle vite degli individui. Il nuovo e ricco filone della nuova letteratura del lavoro diventa così specola privilegiata per studiare la mutazione industriale e antropologica in atto negli ultimi trent’anni. D’altro canto, la narrativa non è l’unica a essersi interessata alle dinamiche del mondo del lavoro e negli ultimi anni anche altre arti hanno tentato di raccontare il cambiamento: poesia, cinema, fumetto, musica, teatro sono altrettante forme di rappresentazione, altrettanti scandagli per sondare le profondità di un rapporto, quello uomo‐lavoro, quantomai mutevole e sempre più percepito dagli stessi lavoratori come minaccioso.

La parte monografica contenuta in questo volume nasce da un desiderio che sentiamo — e da tempo — urgente: allargare l’orizzonte di studi al di là dei confini italiani e interessarsi alle rappresentazioni che del lavoro vengono elaborate in Europa. Il fatto che l’evoluzione riguardante il mondo produttivo sia un fenomeno su scala globale ci è noto grazie alla saggistica sociologica prodotta negli ultimi anni; siamo addirittura consapevoli, grazie a Sennett, che il Nordest italiano rappresenta un modello di specializzazione flessibile nei rapporti tra le piccole aziende anche per economie più ampie e importanti della nostra. E sempre la sociologia ha illustrato le differenze tra le economie europee, tra i tassi di occupazione e disoccupazione, tra i sistemi di welfare esistenti nei differenti Paesi, insomma, dati che possono suggerire — in maniera alquanto vaga — il rapporto che gli europei intrattengono con la sfera del lavoro. Quello che però non sappiamo o, per lo meno, conosciamo in maniera lacunosa, non sistematica, è quanto viene rappresentato in altri Paesi della Comunità europea, come tali rappresentazioni avvengano, con quanta frequenza, per quali ragioni, se e come esse si connettano a rivendicazioni politiche o sociali, se esistano organismi (partiti, sindacati, movimenti) pronti a far proprie tali rappresentazioni o, perché no, a esserne promotori. Un tipo di conoscenza, quest’ultima, che potrebbe dare profondità e spes‐ sore a un discorso sull’identità europea sempre più minacciata da na‐ zionalisti, populisti, sovranisti.

I sei saggi contenuti in questo volume sono una risposta a questo bisogno. Siamo di fronte a un panorama di studi potenzialmente vastissimo, che necessita non una parte monografica all’interno di una rivista, bensì giornate di studi, convegni, pubblicazioni miscellanee e quant’altro; eppure ogni confronto critico deve poggiare su basi solide, verificare costantemente se le ipotesi avanzate siano considerate produttive dal resto della comunità scientifica: i sei saggi, in maniera diversa, costituiscono tante piste di ricerca suscettibili di essere proseguite e ampliate, sono semi che prefigurano sviluppi fruttuosi, e ringraziamo gli autori per averli affidati alla nostra cura.

La monografia si divide in due grandi sezioni: la prima, che corrisponde ai tre saggi iniziali, si dedica con approcci metodologici diversi alla letteratura italiana del lavoro; mentre la seconda, ovvero gli ultimi tre saggi, si propone di studiare altre letterature nazionali (la francese, la spagnola e la tedesca) o di compararle all’italiana. Il primo studio è di Carlo Tirinanzi De Medici e si pone l’obiettivo di ricostruire la genesi della recente letteratura del lavoro riconducendola alla storia della narrativa italiana più recente. Tirinanzi mette così in luce il debito — piuttosto evidente — che tale narrativa ha contratto con Tondelli, ma anche quello — meno esplicito — con Manganelli, Bontempelli e Calvino, che hanno dato forma a scritture, come dice l’autore, «caratterizzate da velocità e brevità». Attraverso tale ricostruzione appare chiaro come la letteratura degli anni Novanta non si sia disinteressata alla tematica lavorativa, ma l’abbia affrontata con i modi e le forme che le erano proprie, ovvero tenendo a distanza la militanza e la denuncia diretta. Già all’inizio del decennio vengano intercettati dagli scrittori i nodi problematici destinati a emergere nella narrativa degli anni Zero.

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